Una gigantesca truffa ai danni dell’olio di oliva

asino-nella-bottiglia-pCorreva l’anno 1958, esattamente il 22 giugno e sull’Espresso veniva pubblicato un celebre articolo firmato Gianni Corbi e Livio Zanetti. Titolo, “L’asino nella bottiglia” una clamorosa frode alimentare ai danni dell’olio insabbiata per anni dietro una rete di silenzi e complicità. Lo scandalo rivelava che il 90 per cento dell’olio d’oliva venduto in Italia sin dal dopoguerra, conteneva grassi di animali morti, cavalli, buoi, asini e montoni.
Oggi parliamo di questa colossale truffa perché nel quotidiano “IL FATTO” del 22 giugno 2010 è apparso un trafiletto (clicca qui per visualizzarlo) su questa colossale frode alimentare segnalata nel 1958 dall'Espresso, che a nostro avviso non va dimenticata ma addirittura merita qualche considerazione in più.
In quegli anni si praticava un’elegante frode nel campo dell’olio di oliva. La tecnologia alimentare industriale aveva messo a punto dei processi per ottenere oli facendo combinare insieme, per sintesi, i due principali costituenti di tutti i grassi, la glicerina e gli acidi grassi. Si sa che l’olio di oliva è acido per sua natura, cioè contiene acidi grassi liberi i quali quando superano una certa soglia, l’olio viene classificato come non commestibile. La raffinazione di questi oli acidi comportava e comporta ancora oggi la perdita di una parte apprezzabile dell’olio. Una semplice domanda che ha avuto una risposta immediata fu: se dentro il frutto dell’olivo, in modo assolutamente naturale, si trasformano gli acidi grassi in olio combinandoli con la glicerina, perché non imitare la natura con un processo industriale? Detto fatto, furono così messi a punto dei processi di  ricostruzione, per sintesi, per “esterificazione” (vedi Olio esterificato), degli oli di oliva combinando con glicerina gli acidi grassi separati, mediante distillazione, dagli oli di oliva acidi. Questo però ai furbacchioni delle frodi ovviamente non bastava e allora ci fu chi ebbe la brillante idea di ottenere un falso olio di oliva, indistinguibile dal vero olio di oliva (che invece si ottiene dalla spremitura delle olive), combinando la glicerina con certi acidi grassi, i “grassetti”, ricavati da grassi animali di basso costo. Un camuffamento perfezionato con qualche grammo di clorofilla, pronto a spacciare olio ricavato da carogne di animali, come “sano olio del Mediterraneo”. L’olio veniva venduto al prezzo gonfiato di 700 lire a bottiglia, contro le 250 di valore reale. Per i monopolisti del settore, un guadagno illecito di 50 miliardi l’anno, si avete capito bene una cifra molto consistente se paragonata a quei tempi.
La frode era nota da tempo ma fu messa in risalto e alla luce dal primo articolo apparso su l’Espresso del 22 giugno 1958 col titolo: L'asino nella bottiglia.
Solo a partire dal 1960 (grazie anche all'agitazione dell'opinione pubblica) si sono finalmente messe in moto varie iniziative parlamentari e, negli anni che seguirono, sono state finalmente riscritte tutte le leggi sulla produzione e sul commercio degli alimenti. La miscelazione degli oli di pressione con oli esterificati è venuta meno soltanto vietando del tutto il processo di esterificazione che, fra l’altro, impiegava dei catalizzatori metallici e faceva finire nell’olio esterificato residui di metalli dannosi.
Le frodi, naturalmente, sono continuate e continuano anche oggi.  Per l’olio le frodi sono sofisticazioni qualitative della sua composizione chimica e riguardano di conseguenza la genuinità del prodotto.
La scoperta e la denunciati di 39 persone che nel 2008, acquistavano olio di semi dagli Stati Uniti d’America a 80 centesimi di euro, abilmente, provvedevano a trasformarlo in olio extravergine di oliva aggiungendo clorofilla sintetica industriale per il colore e betacarotene per confondere il gusto, mostra chiaramente che le frodi sono ancora fra noi e che occorre una forte mobilitazione per sradicarle.
Una prassi di sofisticazione dell'olio, specialistica e raffinata, che si va sempre più affermando oggi e di difficile individuazione, è la frode che consiste nel far passare per olio extravergine d'oliva oli che all'origine erano stati qualificati lampanti o maleodoranti. Questi tipi di oli opportunamente trattati (trattamenti chimico-industriali) e con l'aggiunta di modeste quantità di oli vergini di oliva (categoria inferiore rispetto all’extravergine), acquistano, sotto l'aspetto chimico, parametri propri dell'olio extravergine divenendo come per magia oli a tutti gli effetti di categoria extravergine.

Per far fronte a queste frodi alimentari occorre anche una diffusione delle conoscenze merceologiche delle stesse, una disintossicazione dai messaggi pubblicitari che disturbano, disabituano a interrogarsi sulle cose che veramente contano: che cosa significa questo nome? da dove proviene questo alimento? che cosa c’è dentro questa bottiglia? come è stato fabbricato questo alimento o questa merce? Le leggi, chi sa perché, arrivano sempre in ritardo donando tempo e maggiore attenzione ai potenti interessi settoriali, produttivi ed economici. Da qui l’importanza e l’invito di vigilare, di saperne di più su ogni prodotto che si intende acquistare e di cercare di farsi una corretta cultura evitando di stare a sentire la pubblicità.

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